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Intervista a Reno Insardà: Oltre lo sguardo della pietà

  • associazioneaida
  • 14ore
  • Tempo di lettura: 2 min

Reno Insardà: Presidente Nazionale Aida Onlus OdV
Reno Insardà: Presidente Nazionale Aida Onlus OdV

Intervistatore: Reno, tu hai spesso descritto la disabilità non come un "mondo a parte", ma come una parte del mondo che molti preferiscono non guardare correttamente.

Qual è l'errore più comune che commettiamo quando approcciamo questo tema?


Reno Insardà: L'errore è lo sguardo.

Ancora oggi, nel 2026, la gente oscilla tra due estremi: o ti guarda con la pietà cristiana, quella che ti fa sentire un poverino da proteggere, o ti guarda come un eroe.

Ma io non sono un eroe perché vado a fare la spesa o perché esco di casa.

Un uomo vive la sua vita con dei limiti fisici.

La disabilità diventa un limite invalicabile solo quando l'ambiente intorno a te è costruito male, sia architettonicamente che mentalmente.


Intervistatore: Spesso usi l'ironia e la satira per smontare questi pregiudizi.

Pensi che la risata sia uno strumento più efficace della denuncia formale?


Reno Insardà: Assolutamente sì.

La denuncia è necessaria, per carità, ma la risata rompe il ghiaccio.

Quando ridi di una situazione assurda legata alla disabilità, stai ammettendo che quella situazione esiste.

L'ironia toglie quel velo di "sacralità" che rende le persone impacciate davanti a una sedia a rotelle o ad una protesi.

Se riesco a farti ridere di un mio disagio, ti sto dando il permesso di vedermi come un tuo pari, non come un "caso clinico".


Intervistatore: Parliamo di accessibilità.

Molti pensano che basti una rampa per risolvere il problema. È davvero così semplice?


Reno Insardà: Magari! La rampa è l'inizio, non la fine.

L'accessibilità è un concetto universale.

Una città accessibile non serve solo a chi sta in carrozzina; serve alla mamma col passeggino, all'anziano che fatica a fare le scale, al turista con la valigia pesante.

Ma c'è anche un'accessibilità culturale: quella di non dover chiedere "permesso" per entrare in un cinema o in un ufficio postale.

Il diritto alla mobilità non dovrebbe essere una concessione, ma la normalità.


Intervistatore: Nel tuo lavoro di comunicatore, cerchi di scardinare l'immagine del "disabile triste". Qual è il messaggio che vorresti arrivasse ai giovani che vivono una condizione di disabilità oggi?


Reno Insardà: Direi loro di non farsi definire dalla loro sedia o dalla loro patologia.

Noi siamo la somma dei nostri sogni, delle nostre arrabbiature, dei nostri talenti.

La disabilità è una caratteristica, come avere i capelli rossi o essere alti due metri.

Certo, è una caratteristica che rompe le scatole e complica i piani, ma non deve diventare l'unica etichetta sulla scatola.

Riappropriatevi dello spazio, non aspettate che qualcuno ve lo conceda.


Intervistatore: Se dovessi definire la "vera" barriera oggi, quale sarebbe?


Reno Insardà: La barriera più alta è l'indifferenza mascherata da gentilezza.

Quella di chi ti dice "bravo" solo perché sei uscito di casa.

Ecco, io vorrei un mondo dove nessuno dice "bravo" per le cose normali, ma dove tutti si arrabbiano se non posso entrare in un ristorante perché c'è uno scalino. Meno pacche sulle spalle, più fatti.

 
 
 

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