LINO CANGEMI: OLTRE LA VETTA, UN VIAGGIO TRA TURISMO E SOLIDARIETA'.
- associazioneaida
- 1 giorno fa
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DOMANDA: Dalla vetta all'inclusione: Lino, lei è noto per le sue imprese alpinistiche e per aver raggiunto vette prestigiose.
In che modo la determinazione necessaria per scalare un "settemila" si riflette nel suo impegno come socio onorario di Aida Onlus e nella battaglia quotidiana per l'abbattimento delle barriere fisiche e mentali?
RISPOSTA: Scalare un settemila non è mai solo una conquista fisica, è un dialogo continuo con i propri limiti, con la paura, con il silenzio.
È lì che impari che ogni barriera, prima ancora che esterna, è interiore.
Questo stesso spirito lo porto nel mio impegno con AIDA Onlus: abbattere una barriera architettonica è importante, ma abbattere un pregiudizio lo è ancora di più.
Ogni passo verso l’inclusione è come un metro guadagnato in alta quota: richiede fatica, respiro corto, ma regala una vista più ampia sul mondo che vogliamo costruire.
Domanda: Lo sport come "Diversamente Uguali": Aida Onlus promuove con forza lo sport integrato, dove atleti disabili e normodotati competono insieme.
Secondo la sua esperienza di uomo di sport e turismo, quanto siamo vicini a un'idea di outdoor realmente accessibile e universale, dove la disabilità non è più un limite ma una caratteristica del partecipante?
RISPOSTA: Lo sport è uno dei pochi linguaggi davvero universali, dove il corpo racconta storie senza bisogno di parole.
Eppure, siamo ancora a metà del cammino.
L’outdoor accessibile non è solo una questione di infrastrutture, ma di cultura, di sguardo.
Quando smetteremo di vedere la disabilità come un limite e inizieremo a riconoscerla come una forma diversa di esperienza, allora sì, saremo arrivati in vetta.
Fino ad allora, ogni sentiero aperto, ogni gara condivisa è un atto d’amore verso un mondo più giusto.
DOMANDA: Il ruolo delle imprese nel Terzo Settore: Come Presidente di MasterGroup World e imprenditore nel turismo, come vede l'evoluzione della collaborazione tra mondo profit e no-profit?
Quale valore aggiunto può portare un'azienda nella sostenibilità di progetti sociali complessi come quelli di Aida?
RISPOSTA: Un’impresa non è fatta solo di numeri, ma di visione.
E quando questa visione incontra il cuore del Terzo Settore, nasce qualcosa di potente.
Il profit può diventare un motore di cambiamento, se guidato da responsabilità e sensibilità.
Le aziende possono portare struttura, continuità e innovazione a progetti complessi come quelli di AIDA Onlus, ma soprattutto possono contribuire a costruire ponti: tra mondi che troppo spesso restano distanti, tra opportunità e diritti ancora da conquistare.
DOMANDA: Autonomia e "Progetto di Vita": Nel 2026 il Terzo Settore è chiamato a gestire sfide cruciali legate all'autonomia e all'inclusione, anche attraverso bandi come "Vita & Opportunità".
Qual è, a suo avviso, la priorità assoluta per garantire che una persona con disabilità possa essere davvero protagonista delle proprie scelte, proprio come lei sceglie la rotta delle sue spedizioni?
RISPOSTA: La vera libertà è poter scegliere.
È tracciare la propria rotta, anche quando il sentiero non è segnato.
Per una persona con disabilità, questa libertà deve diventare un diritto concreto, non un’eccezione.
La priorità oggi è creare le condizioni perché ogni individuo possa essere protagonista della propria vita, senza dover chiedere permesso.
Come in una spedizione, servono strumenti, squadra, fiducia, ma soprattutto serve il coraggio collettivo di credere che ogni vetta sia raggiungibile, se nessuno resta indietro.
DOMANDA: Un messaggio per il futuro: Aida Onlus ha da poco festeggiato traguardi importanti (come i 20 anni di attività).
Guardando ai prossimi anni, quale "nuova cima" vorrebbe che l'associazione e il Terzo Settore italiano conquistassero in termini di diritti e dignità per le persone diversamente abili?
RISPOSTA: Ogni vetta conquistata apre lo sguardo su nuove montagne.
Dopo vent’anni, AIDA Onlus non è solo un’associazione: è una comunità che ha trasformato sogni in realtà.
La prossima cima? Un mondo in cui non si parli più di inclusione come obiettivo, ma come normalità.
Un futuro in cui dignità e diritti non siano traguardi da difendere, ma punti di partenza.
E allora sì, potremo dire di aver scalato la montagna più difficile: quella dell’indifferenza.







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